14.04.18 – “Una meta fuori Rebibbia” di Massimiliano Cecchi

dell’Avv. Massimiliano Cecchi – 

Il campo sportivo, si trova al centro esatto della casa circondariale di Rebibbia, sezione maschile. Potrebbe essere il cuore pulsante di questa struttura, ma non lo è affatto. La U.A.R. lo raggiunge dopo una serie di rigorosi check point, appelli e contrappelli, tra un blocco e un altro del complesso carcerario.

Il Presidente Avv. Salvatore Pennisi e l’Avv. Salvatore Bernardi (già presidente U.A.R. n.d.r.) sono davanti a tutti, preceduti da Germana e Stefano dei Bisonti e dal secondino che fanno strada durante il percorso.

Porte blindate che si aprono e chiudono al passaggio, tintinnio di chiavi e sguardi curiosi dei piantoni davanti alle loro celle.

Chissà come se li immaginavano questi avvocati rugbysti.

Nell’aria dei lunghi corridoi, odore di mensa e disinfettante e il nostro Spampinato, pilone destro, per rompere il ghiaccio, inizia a snocciolare un ipotetico menù per il terzo tempo.

Si arriva all’ultimo blocco e all’ultimo appello del superiore, che traghetta la squadra come un navigato Caronte dantesco.

Poi si passa una porta che da su una specie di hall semicircolare, con al centro un grande scrittoio anni settanta, con due walkie talkie poggiati sopra. E’ la postazione della polizia penitenziaria davanti all’ingresso dell’ultimo braccio, in alto sul muro un orologio che segna le 10.53 utc, sotto una enorme scritta << vietato fumare >>.

Proprio accanto alla scritta, una porta con in fondo delle scale che scendono nel cortile, la guardia fa cenno alla squadra di passare da lì, per raggiunge lo spazio esterno dell’interno del carcere, sembra un gioco di parole, ma non lo è.  

Si ha l’esatta consapevolezza di essere dentro anche all’esterno, di muoversi in quegli spazi prestabiliti, sotto gli occhi vigili di qualcuno.

Ed è giusto che sia così.

Finalmente si vede il cielo, purtroppo è coperto, quella coltre velata dello scirocco che non aiuta la fantasia a colorire quest’area esterna, che è tutta in cemento armato, delimitata da reti molto alte che circoscrivono un campetto di terra da calcio a sette, con due porte semi-regolamentari.

L’unica cosa che rinfresca l’aria, è lo scroscio dell’acqua di una fontana che echeggia nel cortile, un detenuto sta cercando di sistemare il rubinetto che perde.

Arrivano alla spicciola i ragazzi della squadra di rugby di Rebibbia, accompagnati dai loro superiori direttamente dalle rispettive celle, in una perfetta mise azzurra della FIR ufficiale della Nazionale italiana di qualche anno fa.

Sguardi limpidi, fisici tonici, atletici, molto tatuati, anche troppo, ma si sa, in carcere il tempo a disposizione è parecchio ed il tatuaggio è un culto, anche fuori va di moda tra i giovani, ma qui ha un altro significato.

Ci sono molti italiani ma anche magrebini, albanesi, egiziani e romeni. L’età media forse è trentacinque anni, massimo trentasette anni.  Alcuni di loro forse, hanno avuto trascorsi rugbystici, forse, in un’altra vita passata, o parallela, comunque conoscono la palla ovale, si vede dalla gestualità e dai movimenti.

La maggior parte di loro sono neofiti, con una preparazione atletica prettamente calcistica ma ben instradati al rugby da Stefano dei Bisonti, che sta facendo un lavoro encomiabile all’interno di questo carcere. Ha trasmesso il messaggio, il senso di appartenenza e le regole etiche di questo sport.

Arrivano due omoni, uno rasato con la barba rossastra da far invidia ad un hipster e l’altro, più alto, dallo sguardo enigmatico, con un sorriso di circostanza salutano dicendo:

– buongiorno avvocati…

L’avv. Francesco Grillo (Grilloska) chiede a Stefano d’iniziare il riscaldamento e l’allenatore dei Bisonti aggiunge:

– ma certo, tutti insieme.

Giro di campo e la palla che passa di mano in mano fino all’ultimo.

Si decide di fare un mini torneo di touch rugby con 4 squadre miste formate tra avvocati e detenuti. Germana e Stefano insieme a Grilloska organizzano le squadre: bianchi, neri, viola e blu.

Arbitra Stefano.

Calcio d’inizio, palla maledettamente alta e corta, l’Avv. Emanuele Parrilli urla: – miaa! La prende ed entra, scarta l’avversario e poi la passa ad un magrebino che tutti chiamano Salah, per le sue doti di centroavanti, le gambe da trequarti ala ci sono e si vede, apre il compasso e inseguito dagli avversari vola su una nuvola di polvere e va direttamente in meta.

L’avv. Claudio Ghia e l’avv. Antonello Meuti, se pur infortunati, oggi sono presenti a bordo campo, ed incitano ad attaccare e danno sostegno alla UAR.

L’Avv. Claudio Bova su passaggio dell’Avv. Pellegrini, prova a ripartire con un cambio passo ma il terreno lo tradisce e scivola.  

L’Avv. Aurelio Cannatelli con un passa mano manda fuori tempo un centro e apre per Avv. Federico Golino che si libera e vola in meta con applauso di tutti. Golino è Golino in ogni dove.

I ragazzi di Rebibbia giocano con movimenti e posizioni in campo ben organizzati, profondi quando attaccano, piatti e rapidi a risalire quando difendono, ed i risultati si vedono, meta dopo meta.

Alla fine del torneo i migliori meta men sono loro, i ragazzi di Rebibbia.

Vincono i viola, per migliore differenza mete sui blu.

E’ una partita di rugby, non importa il risultato, c’è solo il sano sentimento agonistico che la connota, si legge negli sguardi, nei gesti atletici, sano agonismo dell’incitamento l’uno con l’altro, i ruoli sociali vengono meno, ed i giocatori possono sperimentare, quasi in forma catartica, la liberazione delle loro abituali costrizioni.

Giornata importante quella di oggi, un evento dai contenuti certi, senza troppi fronzoli e folclore, retorica, bande musicali, fotografi e le classiche banalità di circostanza, solo rugby, quello giocato, quello che si ricorda e ti resta nel cuore.

Questi ragazzi non hanno voglia di parlare di sé, da quanti anni già stanno dentro, dei motivi della loro reclusione, per questo stanno già espiando la loro pena.  Vogliono essere solo delle persone che giocano a Rugby.

Anche oggi, questo sport ci ha insegnato che non importa chi sei, cosa hai fatto di male o di bene nella vita, l’importante é avere la consapevolezza di praticare uno sport nobile, fatto di regole semplicissime, come quella di saper passare una palla ad un compagno. Indietro, per andare avanti.

La palla ovale esce dalle sofferenze della mischia e passa di mano in mano, fino ai tre quarti, va fuori, libera, in Meta.

14.04.18 – “Una meta fuori Rebibbia” di Massimiliano Cecchi ultima modifica: 2018-04-17T13:34:38+00:00 da U.A.R.